19 ottobre 2005

Io odio le cotte di maglia

Io odio le cotte di maglia. Ma non perché sono vagamente anellose, tondeggianti (gli anelli, non la maglia in sé – a meno che non venga indossata da Giuliano Ferrara o Giampiero Galeazzi –), resistenti contro le perforazioni.

Ma perché mi hanno offeso. O almeno io la vedo così. Oltre a metodi poco aristocratici e molto meno etici e precisi (questo è il danno minore), non ho mai trovato un modo per calcolarne più o meno precisamente il peso.

Dimenandomi tra proporzioni claustrofobiche, rapporti idrofobi e superfici laterali decisamente antipatiche, (e la matematica a me comprensibile si ferma qui) ho deciso che una corazza composta da placche, spallacci, corpetti fusi e simili è algebricamente molto più comoda (persino per me calcolare il volume di piastre parallepipedali è uno scherzo), oltre che più economiche da produrre, forse più protettive e sicuramente più leggere. Forse lo stoccaggio è più complicato, ma… preferisco censurare.

Di qui, in modo prevedibile per chi è riuscito a comprendermi, il fatto che la maggior parte delle truppe corazzate de ‘L’anno dei quattro imperatori’ indossa armature a lamine, a piastre o addirittura a scaglie, che io reputo abbastanza ridicole se fatte come lo erano in antichità nella maggior parte dei casi (dello spessore e della resistenza di un foglio di carta riciclata).

La cosa più comica che mi sia capitata nell’affogare nella matematica riguardava una mia folgorante idea per risolvere il suddetto problema ‘cotta di maglia’: pensai di calcolare la superficie del corpo umano considerandolo un insieme di cilindri messi insieme, di cui avrei dovuto trovare la superficie laterale, allargare un po’ le cifre e considerandole appartenenti ad un simpatico quadrato o ad un rettangolo; dopodiché avrei proceduto col trovarne il volume ponendo uno spessore di un millimetro. Poi, l’unica parte sicura del tutto, moltiplicare per 7.5, più o meno la densità g/cc dell’acciaio, fino a prova contraria.

Voilà lo pesò (so che non si dice così, non me ne frega niente).

E se ora volete allontare da me questi signori vestiti di bianco che insistono col portarmi via in un posto non precisato, mi fate un favore.

14 ottobre 2005

Un mondo costruito con paletta e secchiello

Esattamente, con paletta e secchiello. Un po’ perché ho preso un po’ di sabbia dappertutto e l’ho messa insieme ad altra (fine metafora…), un po’ perché alcune cose non sono poi così credibili (quindi il castello di sabbia potrebbe crollare), ma soprattutto perché mi sono divertito un mondo nel realizzarlo. Non aspettatevi (semmai riuscirò a pubblicarlo) un libro di sabbia.

Questo perché mi trovavo nel mio elemento o, a scanso di salaci critiche (troppe volte mi hanno dato del militarista…), a perseguire uno dei miei hobbies: ‘progettare’ stili di combattimento, armi, preferenze belliche e tattiche di ogni popolo del libro.

Come anche ‘costruire’ quasi da zero le culture, anche dal punto di vista sociale, cosa che reputo facile se si fa un po’ ‘alla come viene’, ma che diventa decisamente più difficile se si vuole che abbia un po’ di credibilità e fascino.

Ebbene sì, mi sto vantando.

Uno dei miei problemi più rognosi è e sarà la mappa, il Grande Continente, il ferroso ambiente in cui si svolgono tutte le vicende. Teoricamente, originariamente e saggiamente (sapete com’è, c’era il 3x2 alla categoria ‘avverbi inutili’) avevo in mente di creare un continente abbastanza grande da contenere tutte le razze e le culture diverse fra loro senza che si ponesse il problema della sovrappopolazione; poi, però, altrettanto teoricamente, originariamente (no, questo no) e saggiamente, ho pensato che dopotutto, un grande territorio avrebbe significato più spazio vuoto, più spazio vuoto mi avrebbe costretto ad ampliare i regni già presenti (rendendo un Paese minore grande quanto la CSI) o ad inventarne altri (e questo mi sarebbe costato caro a livello storico/culturale); nel primo caso, dopotutto preferibile, avrei di conseguenza ampliato anche i tragitti degli eserciti, con tutte le conseguenze prevedibili e terrificanti (campagne che iniziano a gennaio per portare le truppe al confine in tempo, logistica esasperante, problemi climatici troppo complicati da consentirmi di immaginarli).



In sostanza, mi sono legato le mani.

Riassumendo: non posso ampliare il Grande Continente senza fare un casino a livello militare e climatico (e magari ci sarebbero anche altri problemi, ma io ancora non li ho previsti), e lasciandolo così, con, ad esempio, l’Impero di Akrajia che misura 2500 km in longitudine e 1700 in latitudine. Che, per capirci, mettendolo ‘sdraiato’ sarebbe un pataccone dalla costa occidentale della Francia fino al delta del Danubio, e dalla punta nord della Danimarca fino a Roma. Beh, è già grossino così, no? Se lo gonfiassi ancora di più sarebbe un cataclisma sociale (fra le varie estremità dell’impero, si avrebbe una differenza culturale simile a quella che c’era effettivamente, con Alessandro Magno vivente e vittorioso, fra la sua Macedonia e la Mesopotamia).

Accetterei volentieri eventuali consigli.


09 ottobre 2005

Nota al primo capitolo

Vi è piaciuta la prima parte del primo capitolo? Vi è piaciuto il 1/5 del primo capitolo? Non vi preoccupate, sono la stessa cosa.

Comunque, se vi è piaciuto, bene, mi fa piacere. Vorrà dire che infilerò al più presto le altre parti integranti del primo capitolo. Con questo intendo la mappa (che ho personalmente disegnato e ritoccato al computer in modo discretamente rozzo), un pdf con l’intero capitolo e un altro pdf contenente però il sunto delle nozioni base delle cose principali del sommario del testo contenente la metà delle informazioni riguardanti le culture presenti nel libro. Ecco, le ho scritte sull’unghia del mignolo destro, datemi un po’ di tempo per copiarle.

Leggendo attentamente il mio delirio, si può facilmente dedurre che sono più o meno 20 pagine di aneddoti, descrizioni culturali e somatiche delle popolazioni del Grande Continente (ah, e scusatemi per il nome originale), senza ignorare le abilità e le tendenze militari di ogni nazione.

Questa, se ancora non avete il mio profilo, è la cosa che veramente mi interessa e mi intriga di tutta questa ignobile pappardella.

Ah, dimenticavo la cosa veramente importante: se siete legati in modo spasmodico ai non-realismi della scuola Tolkieniana (ripeto: Elfi, Nani, Uomini, Donne e De Filippi), poggiate il vostro cervello dentro una pentola piena d’acqua e andate a comprarne un altro (possibilmente poco costoso) che apprezzi le cose realistiche. Perché ne ‘I quattro imperatori’ non ci sono Buoni e Cattivi: sono tutti, a modo loro, genuinamente Cattivi. O Cattivelli, se preferite.

07 ottobre 2005

...E questo è solo un assaggio...

CAPITOLO PRIMO - prima parte.

Arkus passeggiava con i suoi due fratelli sul selciato ghiaioso di un parco. Lui e suo fratello minore Mjiarkus stavano parlando dei recenti attriti fra l'impero Akrajiano e il rivale impero di Algdur con la tipica animosità della gioventù e l'arroganza opportunatamene smussata di chi per farsi ubbidire dai servi deve solo alzare un dito. Arkus era infinitamente più maturo di suo fratello, ma a volte si lasciava andare. Aveva ventisette anni ed aveva già condotto una piccola spedizione militare per sedare una ribellione nelle regioni orientali; quella esperienza lo aveva certamente aiutato. Zapherkus, loro fratello maggiore ed erede al trono di Akrajia, con i suoi trentadue anni, aveva già sedato due rivolte e guidato una piccola armata – in un ruolo piuttosto marginale – nella scorsa guerra aperta contro Algdur, durata appena due stagioni. Avevano toccato il tasto delle poche ma sonore sconfitte del loro regno, che Zapherkus si mise le dita di una mano a far presa sotto il mento, con il palmo calloso schiacciato sul viso. Arkus vide che cominciava a tirare e sussultò: una sottile linea rossa si aprì al livello del Pomo d'Adamo, si allargò, si allargò.

"Non ti senti bene, Arkus?" gli chiese suo fratello maggiore con uno strano sorriso beffardo. Il collo era ormai tagliato per metà. Dopo qualche istante la testa rimase appesa solo per una striscia di muscoli. Ebbe dei conati di vomito.

"Davvero, Arkus, è meglio che ritorni al palazzo, se non stai bene." Disse la voce di Mijarkus. Arkus si voltò e vide suo fratello con una sciabola in pugno. Con un movimento fulmineo si troncò di netto il collo. Arkus crollò a terra e si allontanò di qualche metro da quello spettacolo assurdo e atroce arretrando sulle mani e sui piedi.

"Svegliati, Arkus!" sghignazzò la testa di Zapherkus, ormai rotolata a terra.

"Si svegli, principe!"

Arkus saltò su dal cuscino, gli occhi sgranati. Era la sua stanza quella, o stava ancora sognando? Si aspettò qualche altra atrocità, ma il tocco gentile sulla spalla era troppo reale. Girò lentamente la testa. Alla sua destra, il volto rotondo, ben curato e grassoccio dell'eunuco capo aveva un'espressione cupa e ansiosa. "Mi avete preoccupato, principe. Avete bevuto troppo ieri notte." lo rimproverò Maijkos. Arkus si tastò il braccio nudo, mettendosi lentamente a sedere, con le coperte ancora sulle gambe. La pelle era madida di sudore; come se avesse avuto qualche dubbio in proposito. Subito dopo la presa di coscienza di essere sveglio, lo assalì il classico mal di testa infernale del doposbronza. Aveva brindato con i fratelli e i cugini di primo grado per la nascita della quarta figlia, Silehzel. Gemette. Non contento, gemette di nuovo, con più energia. Si passò una mano tra i capelli biondi tagliati corti.

"Ahioioioi." Mormorò. Venne ricompensato da una fitta alla testa. "Già, mi sa…" abbassò la voce ad un mormorio "… credo di aver bevuto un tantinello di troppo."

"Avete superato il troppo di quattro boccali." Sussurrò Maijkos con tono di rimprovero. "Lo chiamate un tantinello?" Arkus non ne fu tanto sorpreso, dopo i primi sei boccali aveva cominciato a perdere il conto. L'eunuco si mosse verso la finestra. Nonostante avesse modulato la voce asessuata in modo da non stordirlo, Maijkos spalancò le tende; Arkus venne investito da una valanga di luce, troppo chiara e forte per i suoi gusti del momento. "E ora dovreste svegliarvi e vestirvi." Cominciò ad armeggiare con i sontuosi vestiti nell'armadio. Dopo qualche secondo, vide che Arkus esitava sul bordo del letto a guardarsi i piedi, quindi disse: "Invece credo che per prima cosa andrò a prendere un limone." Arkus gli lanciò un'occhiata, poi si riconcentrò sui suoi piedi.

Cercò di alzarsi, ma rinunciò quando le vertigini e la nausea rischiarono di buttarlo a terra. Maijkos tornò poco dopo. Nonostante non fosse giovane - probabilmente aveva superato la cinquantina, anche la sua menomazione rendeva meno individuabili segni del tempo - e malgrado le sue rotondità, l'eunuco capo manteneva un portamento agile e scattante. Teneva un mezzo limone in una mano, e una bacinella capiente nell'altra. "Anche i tuoi fratelli sono dovuti ricorrere allo stesso metodo, principe." Disse l'eunuco con un sorrisetto, porgendogli la bacinella. Arkus se la mise davanti senza troppa decisione, portandosi un dito in bocca con ancora meno gioia. Si toccò la gola con prepotenza, una, due volte; dopodiché, fu storia. Il saporaccio che sentì in bocca gli fece rimpiangere il delizioso vino di stagionatura con cui aveva cominciato a bere la notte prima, per poi scalare sulla più 'volgare' birra. Ottima birra, comunque, quella dei nobili, di quelle che fanno attorcigliare la lingua per la forza dell'aroma. Cominciò a vomitare tutto, sia nobile vino che popolare birra. Poi si portò alla bocca il limone e succhiò, facendo una serie di smorfie. Si sentì svuotato, ma abbastanza rimesso a posto da poter scendere in sala da pranzo a fare colazione con la famiglia.

Nonostante ciò che cercarono di fargli capire le papille gustative e lo stomaco, seppe che Maijkos aveva senza dubbio fatto bene.

01 ottobre 2005

Introduzione

Ci tengo a dire che questo blog è un work in progress, quindi si svilupperà, aumenterà, si abbellirà (si spera) col passare di qualche era geologica. Paradossalmente, ci tengo anche a dire che secondo me questo blog farà "schifo".

Questo blog, nonostante tutto, ha/avrà l’ingrato compito di presentare il mio libro. Il cui titolo, fino a prova contraria, sarà ‘L’anno dei quattro imperatori’. E chi avrà un minimo di conoscenza di storia romana, mi ‘sgamerà’ immediatamente.

Sì. Mi ‘sgamerà’ perché io non dovrò parlare di Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano, e delle allegre dispute domestiche che hanno scatenato, ma di una situazione analoga, in cui, a rischio di metterci un titolo potenzialmente impronunciabile, ho dovuto comunque crearmi qualche problema in questo senso.

Come ho accennato, la questione de ‘L’anno dei quattro imperatori’ non è attorno alle vicende del 69d.C., ma si svolgono in un ipotetico quanto inventato mondo alternativo.

La popolazione del
Grande Continente si trova generalmente ad un punto della storia che ricorda il nostro amatissimo e sfruttatissimo medioevo. Le guerre sono all’ordine del giorno e i fabbri arricchiscono. Le grandi potenze economiche e militari sono l’Impero akrajiano, l’Impero di Amssford, l’Impero di Algdur, l’Impero di Stildur e il Nostarum – vi aspettavate un altro ‘impero’? –, più altri regni/ducati e simili che nonostante tutto se la cavano abbastanza bene. La vicenda de ‘L’anno dei quattro imperatorisi incentra nel potentissimo – ma non senza problemi – Impero di Akrajia (pron.: acràia). Se non l’avete capito, si tratta di un fantasy, ma non della scuola Tolkieniana (con Elfi, Nani, Uomini, Donne e Puffi), né del genere dell’Heroic Fantasy.

Arkus, principe secondogenito dell'Impero di Akrajia, ha un sogno premonitore sulla morte dei suoi due fratelli. In breve tempo dimenticandolo, ritorna a cullarsi nella - a modo suo - impegnativa vita da membro della casata imperiale, avendo a che fare con i temibili e infidi burocrati. Una vita che lui, dopotutto, conosce e apprezza. Ma la sua routine viene repentinamente stravolta grazie all'intervento di una manciata di sicari. L'inizio di un rovinoso effetto a catena che rischia di distruggere un impero ormai millenario.

E qui mi fermo.

Al più presto – credo intorno alla seconda settimana di ottobre – infilerò da qualche parte il primo capitolo del libro, insieme a delle informazioni fondamentali sull'organizzazione di un mondo che ho, in seguito ad un'idea apocalittica, costruito in modo maledettamente dettagliato.